Riforma o restyling degli ordini professionali?
Note in margine al disegno di legge Lorenzin

Immagine LorenzinIl recente DDL Lorenzin  approvato il 26 luglio dal Consiglio dei ministri e recante “Disposizioni in materia di sperimentazione clinica dei medicinali, di riordino delle professioni sanitarie, di tutela della salute umana e formazione medico specialistica e di benessere animale” (scarica ddl lorenzin), contiene, tra l’altro, la riforma degli ordini professionali delle professioni sanitarie.

Più correttamente dovremo dire la riforma dell’ordine dei medici, della trasformazione dei collegi infermieri e delle ostetriche in ordini professionali, della trasformazione dei collegi dei tecnici sanitari di radiologia medica e del loro ampliamento alle professioni che, ad oggi, sono prive di albo professionale.

Da un punto di vista giuridico è stato scelto il metodo della “novella” – che consiste nella modifica della legislazione esistente e non della riscrittura totale delle norme ordinistiche -, scelta che lascia perplessi, in quanto la normativa vigente è degli anni quaranta dello scorso secolo. D’altra parte, è la stessa relazione introduttiva, che sgombera il campo da una reale e radicale riforma parlando di “ammodernamento” della normativa.

Altra scelta discutibile – sempre da un punto di vista di impostazione generale – è relativa alla distinzione tra gli ordini dei medici e gli altri ordini delle professioni sanitarie visto che comunque hanno lo stesso impianto normativo. In particolare si normano gli ordini dei medici e si richiama l’identica normativa per gli altri ordini.

Il primo comma del primo articolo recita: “In ogni provincia o città metropolitana sono costituiti gli ordini dei medici-chirurghi, degli odontoiatri…”. Se approvata con questa formulazione il nuovo impianto rischia subito un’obsolescenza prematura vista la concomitanza del disegno di legge costituzionale di abrogazione delle province. La scelta di privilegiare l’ambito provinciale a scapito di quello regionale – totalmente assente – non convince. E’ largamente noto che gli ambiti di decisione sono regionali e non provinciali. In quell’assetto gli ordini sarebbero totalmente assenti. In realtà potrebbero essere istituiti se previsti nello Statuto. Comunque livello territoriale non obbligatorio.

Tralasciamo volutamente le norme che sono sovrapponibili – se non identiche – all’attuale desueta normativa (e sono tante!) per concentrarsi sulle novità (e non sono molte!). La novità più rilevante da un punto di vista istituzionale è senza dubbio quella relativa alla istituzione, tra gli organi degli ordini, della “commissione di albo”. Anche qui la scelta appare non convincente con rischi di conflitti tra il Consiglio direttivo e la Commissione di albo. I nuovi ordini rischiano di appesantirsi con organi moltiplicati e pletorici. Della Commissione di albo non si comprende bene la ratio. Alcune funzioni attribuite a questo nuovo organo sono francamente non eccelse, altre sono criptiche.

Vediamole per esteso:.

Alle Commissioni di Albo spettano le seguenti attribuzioni:

a) proporre al Consiglio direttivo l’iscrizione all’albo della professione;

b) assumere, nel rispetto dell’integrità funzionale dell’Ordine, la rappresentanza

esponenziale della professione;

c) dare esecuzione ai provvedimenti disciplinari operanti nei confronti di tutti gli

iscritti negli albi e a tutte le altre disposizioni di ordine disciplinare e sanzionatorio

contenute nelle leggi e nei regolamenti in vigore;

d) esercitare le funzioni gestionali comprese nell’ambito delle competenze proprie,

come individuate dallo Statuto;

e) dare il proprio concorso alle autorità locali nello studio e nell’attuazione dei

provvedimenti che comunque possono interessare la professione.

 

 

Il punto a) si sostanzia spesso in un mero controllo di carattere amministrativo. Il punto b) e il punto d) sono oscuri e rischiano di creare problemi interpretativi di non poco conto. Il punto c), visto il tradizionale non elevato ricorso alla magistratura ordinistica – almeno fino ad oggi – non pare certo una funzione rilevante. Il punto e) non si capisce perché non possa essere svolto direttamente dal Consiglio direttivo.

Il raddoppio degli organi collegiali non sembra, in conseguenza di quanto esposto, utile a un migliore funzionamento dell’istituzione ordine.

Anche il numero dei componenti del Comitato centrale (ma non potevano cambiargli il nome così politicamente novecentesco?) delle Federazioni nazionali – portato da 7 a 15 – suscita perplessità soprattutto se sommato ai componenti – ben nove – della Commissione di albo. Il numero dei componenti rischia di creare un’istituzione pesante dove il requisito della celerità e della agilità dell’organo rischia di essere totalmente assente.

Le norme sulle attribuzioni dei Consigli direttivi sono non certo rivoluzionarie rispetto alla situazione esistente. Le novità rischiano di essere contenute nelle normazione regolamentare con particolare riferimento all’accreditamento dei professionisti. Si legge infatti che gli ordini professionali promuovono “il mantenimento dei requisiti professionali anche tramite crediti formativi acquisiti sul territorio nazionale e all’estero”. In quale modo devono svolgere questa funzione non è dato capire – da qui il rinvio alla normazione di secondo livello – se vi siano sistemi sanzionatori, a chi competa l’anagrafe dei crediti formativi e quant’altro: su questi fondamentali punti qualificanti della riforma il testo del ministro Lorenzin tace. Anzi a ben vedere rimanda all’approvazione dello Statuto tali attribuzioni che, quindi, possono essere diversi da ordine e ordine, arrivando alla situazione paradossale di vedere regolamentati in modo diverso le fondamentali funzioni di valutazione delle “manutenzione delle competenze” di cui tanto si parla.

Per il resto il giudizio è sospeso in quanto è solo nelle norme regolamentari che si avranno le novità operative rilevanti. In particolare il regime delle incompatibilità, il numero massimo dei mandati che sono del tutto assenti nella normativa attuale. Vi è sul punto da sperare che i maggiori cambiamenti si abbiano sul sistema elettorale con i requisiti della trasparenza, della terzietà della gestione dei seggi elettorali e della tutela della minoranza.

Un disegno di legge pigro, non particolarmente innovativo e che produrrà effetti rilevanti solo per le professioni che sono sprovviste di sistema ordinistico come le professioni della riabilitazione e molte professioni tecnico-sanitarie che si vedranno assemblate agli ordini dei tecnici di radiologia con una suddivisione di rappresentanti e funzioni che verranno esplicitati solo nella normazione regolamentare.

D’altra parte forse era il massimo che  un contesto politico così incerto e malmesso poteva partorire.

Luca Benci